Il vino entra dalla bocca e l'amore entra dagli occhi; è tutta la verità che sapremo prima d'invecchiare e di morire. Sollevo il bicchiere alla bocca, guardo te, e sospiro. (W.B.Yeats)

mercoledì 31 luglio 2013

Pausa di riflessione

   Il vino è essenzialmente godimento. Convivialità, condivisione, anche leggerezza, che possono essere condite, perchè no?, da cultura, informazione, memoria, persino da una buona dose di pedanteria e spruzzate radical chic. Proprio perchè in questo momento, nella mia vita, il godimento, la leggerezza e la condivisione si sono presi una pausa di riflessione, allora non mi sembra il caso di continuare a scriverne, inventando stati d'animo che sono , per ora, solo un ricordo. Anche perchè qui si scrive per passione!
Facciamo pausa dunque, E' già più di un mese che dura questa sospensione e quanto ancora durerà nessuna lo può sapere. Anche se, in fondo al cuore, sappiamo bene che riprendere slancio, con più vigore di prima, dipende solo da noi.
Le bevute non cessanno. Ma rimarranno intime, come si conviene ad un momento che richiede ferrea volontà e timidi sussurri.
A presto

giovedì 20 giugno 2013

Degustazione: Stella Flora 2009-Maria Pia Castelli

Stella Flora 2009
Maria Pia Castelli
Vitigni: Pecorino, Passerina, Malvasia, Trebbiano
Marche
12,5%
Giugno 2013
Prezzo: 20-24 euro



   Nel vasto e caotico panorama del vino naturale italiano è curioso come il fermento più grande arrivi proprio dai territori meno celebri. Evidentemente, proprio dove non esisteva un marchio forte da difendere e promuovere sul mercato, nuovi e vecchi produttori hanno puntato tutto su qualità e innovazione. E, una volta tanto, innovazione ha significato anche un'attenzione maggiore al suolo ed il tentativo di restituire per intero uve e territorio di provenienza attraverso fermentazioni spontanee, nessun additivo aggiunto in cantina, niente chimica in vigna ecc...
   All'interno di questo movimento alcuni produttori sono stati capaci di creare un ingente seguito, sfruttando la loro attitudine "naturale", diventando dei veri e propri porta bandiera, vignaioli quasi epici nella loro (vera o presunta) battaglia contro il convenzionale. Altri invece, e noi li apprezziamo molto per questo, hanno scelto la via della sobrietà, presentandosi al pubblico e al mercato con vini, semplicemente, di ottima qualità, senza sventolare vessilli o presunta superiorità morale.

   Di quest'ultimo gruppo fa sicuramente parte l'azienda marchigiana Maria Pia Castelli. Nata solo nel 1999 e condotta da Maria Pia e da suo marito Enrico Bortoletti, si è contraddistinta, da subito, per scelte che hanno privilegiato la qualità senza compromessi. 8 ettari ai piedi della collina di Monte Urano fittamente piantati a Montepulciano, Sangiovese, Passerina, Pecorino, Malvasia e Trebbiano. Trattamento del suolo che si avvicina al biodinamico con sovesci, compost e altri preparati vegetali (con le vigne che in certi periodi dell'anno si trasformano in un magnifico prato fiorito), chimica bandita, rese per pianta ridicolmente basse e trattamenti con solo rame e zolfo ridotti al minimo. In cantina fermentazioni spontanee senza lieviti selezionati, nessuna filtrazione ed una pulizia dei locali maniacale che rende immediatamente chiaro il livello di qualità e perizia tecnica che si vuole raggiungere. In aggiunta a ciò, la presenza come consulente di Marco Casolanetti, proprietario di Oasi degli Angeli.
   Si producono 4 vini, lo Stella Flora, unico bianco aziendale, blend di tutti e quattro i vitigni a bacca bianca presenti, contatto con le bucce per qualche settimana e maturazione in barrique, il Sant'Isidoro, un rosato da salasso di Sangiovese e Montepulciano atipico e caratteriale, l'Orano, un buonissimo Sangiovese sanguigno ed intenso e infine l'Erasmo Castelli, il rosso di punta, un Montepulciano lungamente maturato in barrique, vino di grande longevità e concentrazione. Tutti i prodotti sono encomiabili per una pulizia tecnica ineccepibile (e non sempre garantita da questo genere di vini), per una definizione varietale nitida, per una splendida godibilità ed una composta eleganza e per la loro capacità di resistere (e migliorare!) negli anni.

   Oggi in particolare ci occupiamo dello Stella Flora 2009, blend di Pecorino, Passerina, Trebbiano e Malvasia. E' un vino che rappresenta al meglio lo stile aziendale. Un bianco allo stesso tempo ambizioso e ancorato saldamente a terra. Contatto con le bucce di circa un paio di settimane, solforosa a livelli bassissimi, maturazione in barrique di varia provenienza ed età per circa 18 mesi.
Presenta un giallo dorato luminoso ma evidentemente non filtrato.
Ci si può divertire annusandolo. Percepiamo una lieve affumicatura, sensazioni "bucciose", fiori di camomilla, melissa, gesso, fieno, agrumi, poi frutta più matura, cera d'api, note farinacee, mandorla fresca, mallo di noce. A ciò si aggiunge una lieve ossidazione e ricordi della permanenza in legno che giocano splendidamente con le altre componenti del vino.
In bocca si esalta la sua doppia natura. Da un lato arrivano la lieve tannicità, le leggere note legnose/ossidative da piccolo Jura, la rotondità e la richezza del liquido. Dall'altro un'acidità sferzante e l'esplosione della fragranza rendono questo Stella Flora un bianco di gran bevibilità ed enorme interesse. L'alcool ben dosato e una gran pulizia esecutiva rendono il tutto ancor più godibile. Ed il persistente finale sapido, agrumato, leggermente fumè fa venir voglia di versare ancora.
Parliamo di un prodotto non facile, che può spiazzare e allontanare e sembrare quasi un bizzarro esperimento alla francese in terra marchigiana. Eppure basta un poco di pazienza (e il divertimento nello scovare nuove sensazioni) e si svelerà anche nella sua piacevolezza e nel suo valore (e stravaganza nell'abbinamento) gastronomico. Da provare tanto su crudi di pesce quanto su carni bianche, tanto su risotti tanto su pesci in guazzetto.
Non è semplice da trovare ma penso proprio che valga la pena cercare.

ps la foto era molto migliore in origine ma, purtroppo, blogger ha dei problemini! Sorry.

Note di degustazione in collaborazione con Simona Venditti.

lunedì 10 giugno 2013

Nel cuore del Chianti Classico ... parte terza

   In questa nostra ultima giornata in terra di Toscana il programma è fitto. Si inizia con un ritorno a Radda per fare due chiacchiere con uno dei migliori viticoltori dell'intera denominazione, Roberto Bianchi di Val delle Corti. Da molte parti (persone fidate e preparate) questa azienda ci era stata presentata come un angolo di Borgogna. Piccole dimensioni, cura maniacale del vigneto, territorialità, grande finezza e longevità. Con questi presupposti la curiosità era tanta. Ad attenderci niente meno che Ugo, un minaccioso bestione tutto nero. Scendiamo dalla macchina e lui resta lì, immobile, a voler significare che questo è il suo territorio e che se facciamo un passo in più ci sbranerà senza remore. Ma poi si avvicina, gli occhioni non sembrano poi così temibili, ci annusa e, dopo un ultimo istante di riflessione, tira fuori il linguone ed inizia a strofinarsi contro di noi come un gattino.

Roberto, Ugo e qualche gioiello dalla cantina.
   Subito dopo ecco comparire Roberto che ci saluta e ci fissa un attimo quasi a voler capire che persone siamo. Non so cosa avrà compreso da quello sguardo ma un attimo dopo ci scorta in cantina, segno che ha capito di che pasta siamo fatti (pasta liquida)! Troviamo una cantina simile a quelle dei giorni passati. Niente sale-museo, adatte allo sguardo dei turisti e alla macchine fotografiche. Qui tutto è ridotto ai minimi, lo spazio è poco, essenziale, qui si deve fare i conti con le proprie possibilità, anno dopo anno, in continua, lenta evoluzione. Eppure c'è tutto ciò che serve a fare un grande vino, per un'azienda che fa del minimo intervento in cantina il suo principio cardine.
Ci sediamo tutti e tre all'aperto su una grande tavola di legno, sulla quale sognamo splendide cene estive con l'aria fresca di questo luogo.

Vigneto di sotto

Il Cru
   Sotto di noi la parcella principale, alla nostra sinistra il cru più vecchio. Vigneti riccamente inerbiti e seminati. Qui si fa agricoltura naturale, pur non sbandierandola. Le pendenze sono notevoli e l'esposizione perfetta. Da queste parti le recenti annate siccitose non hanno creato problemi, anzi. Sembra che questi vini se ne stiano giovando, portando la loro innata eleganza al servizio di una struttura però sempre misurata.
Assaggiamo qualcosina, giusto per farci un'idea. Iniziamo da Il Campino, un'Igt già provato qualche mese fa (qui le nostre impressioni). Un perfetto base, un rosso freschissimo, godibile, profumato, goloso, con un indice di evaporazione (cit.) altissimo. Capacissimi, in due, di finirlo in 20 minuti. Poi due Chianti Classico, annate 2009 e 2008. Se la 2009 è l'ennesima conferma della bontà di questa annata, davvero splendida, la 2008 è stata una vera sorpresa. Stagione poco felice, in cui la Riserva non è stata prodotta perchè non ritenuta all'altezza. Eppure, come spesso accade, dall'annata infelice nascono dei vini "minori" sorprendenti. Un grande Chianti, singolare nell'espressione aromatica, di sicura longevità. Terminiamo con la Riserva 2009, autentico gioiello. Vini (tutti) di grande pulizia e intensità espressiva, puri nei loro nitidi rimandi territoriali, capaci di abbinare leggerezza e profondità, bevibilità e complessità. Una realtà unica, così come unico è il rapporto qualità/prezzo, lodevole.
Un grazie a Roberto per l'ospitalità nonostante (anche lui) gli impegni, per la chiarezza e sincerità delle sue parole e per averci infine concesso una bottiglia di Riserva 2007 ormai in via di esaurimento.

L'entrata della Macelleria Cecchini
   Passare da queste parti e non fare una puntatina da Dario Cecchini a Panzano in Chianti sarebbe delittuoso. Oltre alla buonissima carne (medaglione, Chianti Sushi, porchetta ecc..) abbiamo apprezzato molto il concetto alla base dei locali. Qui si celebra la convivialità, si offre qualcosa agli ospiti a prescindere dal consumare o no all'interno, ci si siede in tavolate miste insieme a perfetti sconosciuti con cui si condivide acqua, vino, pane e impressioni sul cibo. E qui nel conto finale, c'è esattamente ciò che viene promesso, senza alcuna maggiorazione (del tipo coperto, ecc..). Bell'idea davero.


Qualcuno dei nostri amici cornuti
   Proprio perchè non viviamo di solo vino, per fare gli alternativi, abbiamo passato il pomeriggio al Podere Le Fornaci di Greve in Chianti, caseificio specializzato in formaggi caprini. Un gruppo di giovani (e meno giovani) alleva circa 90 capre scamosciate delle Alpi in regime biologico. Abbiamo assaggiato un po' di tutto, dai caprini freschi alle lattiche, dalle croste fiorite alle classiche tome presamiche. Prodotti eccellenti, lavorati con passione e dedizione ed animali trattati con gran riguardo. Anche a loro un grazie per la disponibilità, per la capacità comunicativa e per le ore passate insieme, tra formaggi e simpatici amici dagli occhi rettangolari.

   Qui finisce la nostra breve ma intensa avventura nel Chianti, anzi, nel Chianti Classico! Uno dei luoghi migliori di questa nostra maltrattata Italia, un angolo in cui tutto appare sotto una luce migliore, in cui tutti sembrano credere davvero nella loro terra. E, forse, anche noi ci crediamo di più.

Parte prima
Parte seconda

giovedì 30 maggio 2013

Nel cuore del Chianti Classico ... parte seconda

   Il cielo pieno di nubi nere e l'aria gelida di un'insolito Maggio non possono attenuare ciò che i nostri occhi possono ammirare, sulla cima di questa collina sperduta nei boschi. Questo paesaggio chiantigiano che ci ha già conquistato, questa sequenza di montagne fredde e splendide.
Oggi ci muoviamo in direzione Radda in Chianti. Questa sorta di gran cru del Chianti Classico che, negli ultimi anni, è salito alla ribalta. Territorio che ha saputo tenere a bada meglio di altri i recenti innalzamenti di temperatura, che anzi se ne è giovato grazie ad altitudine ed esposizione, aggiungendo un pizzico di concentrazione alle innate doti di pulizia dei profumi e finezza gustativa. Luogo in cui il galestro e l'alberese emergono ovunque dal terreno, in cui le pendenze dei vigneti si fanno sempre più impegnative.

L'inconfondibile ingresso di Caparsa
   Provenendo da Greve, dopo circa 15 km e dopo una delle infinite dolci curve, il navigatore indica che siamo arrivati. Non vediamo cancelli, nè cartelli ma, lassù, una vigneto ordinato che sale e sale fino al cielo, quasi verticale sulla cima della collina. Appuntamnto quest'oggi con Paolo Cianferoni, direttore d'orchestra di casa Caparsa. Direttore e tutto fare, enologo, cantiniere, agronomo, operaio, muratore, elettricista e chissà cos'altro che, in un provvidenziale sprazzo di sole, ci accoglie, neanche a dirlo, in tenuta operaia ed impegnatissimo dai lavori di ristrutturazione di una parte della cantina.

Parte "bassa e comoda" del vigneto
   Nonostante il gran da fare ci accoglie senza remore, col suo delizioso misto di antica cultura contadina e moderna consapevolezza tecnica, tagliente ironia tutta toscana ed un attitudine tutta arrosto e niente fumo. Qui non siamo in una di quelle cantine tutte paillettes e lustrini, costruite apposta per essere fotografate, per sedersi ed essere serviti come in un ristorante stellato, seguiti dall'addetto di turno ben vestito. Qui siamo a Caparsa e visitare l'azienda significa fare un piccolo viaggio nella storia della famiglia di Paolo, significa entrare nel fango e nelle pietre dei filari di Sangiovese, scorrazzare impazziti tra una botte e l'altra, tra la bellissima sala degustazione ed un assaggio da vasca in anteprima. Significa bere insieme al proprietario, sentirlo serenamente lodare e criticare i suoi vini. Si parla di legni e cemento, quest'ultimo molto rivalutato recentemente, soprattutto per vini così naturalmente ricchi ed eleganti. Bello poi ascoltare Paolo lodare il lavoro di alcuni suoi colleghi (come ieri facevano Paolo e Serena di Podere Castellinuzza e come domani farà anche Roberto Bianchi di Val delle Corti), evento che dalle nostre parti parrebbe del tutto innaturale.
   E mentre noi appassionati bevitori chiediamo di tannino e biodinamica, di botti e annate, ecco che emerge uno dei problemi più assillanti per il contadino moderno, la burocrazia. Tutte le persone (gli imprenditori) incontrati in questi giorni, hanno potuto testimoniare l'incubo delle carte, dei controlli, delle migliaia di ore passate sulla scrivania anzichè in vigna ed in cantina. Una strutturazione adatta (e adattata) solo alle grandi aziende, a coloro che hanno la possibilità di stipendiare qualcuno che si occupi solo di carte e documenti e leggi, a chi costruisce dal nulla, con ingentissimi investimenti, una cantina tutta nuova e a norma. Migliaia di norme e oneri che soffocano le piccole cantine, che possono rovinare un'azienda anche quando la vendemmia è stata fantastica e il vino squisito.

La parte superiore
   L'assaggio in cantina è ricco e noi, neanche a dirlo, ringraziamo e beviamo. Iniziamo con un Bianco di Caparsino 2011 semplice, denso, saporito, da bere. Un Rosso di Caparsa 2010 che è un piccolo gioiello di bevibilità e carattere territoriale ad un prezzo decisamente onesto. Poi il celebre Chianti Classico Caparsino Riserva, secondo noi l'etichetta migliore di casa Caparsa. Osservare Paolo bere con gusto la 2009 fornisce ulteriore conferma della bontà di quest'annata. Sono vini di grande valore, gustosi, profondi, grintosi, molto diversi (e che diavolo!) di annata in annata, a testimoniare terreno e clima. Vini a volte scontrosi che, rispetto ad altri provati in questi giorni, hanno bisogno di qualche anno in più sul groppone per rendere al meglio, per trovare compiutezza. Varrà la pena attendere perchè sono davvero unici. L'assaggio da vasca della 2011 promette scintille. Si prosegue con il Doccio a Matteo, forse il rosso più internazionale. Ma qui internazionale ha comunque il gusto inconfondibile del territorio ed a noi piace molto, soprattutto la splendida e complessa 2006.
Infine, un Vin Santo 1997 che è una delizia. Paolo quasi si scusa dicendoci che però è molto caro. Ma a noi 25 euro per un Vin Santo di 16 anni di questa bontà sembrano perfino pochi. Tanti saluti, una vigorosa stretta di mano, e Paolo che, rapido, torna a lavorare su quella benedetta vasca di cemento. Lo osserviamo allontanarsi a testa bassa e sorridiamo, imprimendo nella memoria un incontro bello e sincero. I vini invece li ripasseremo con calma a casa!

L'entrata delle Cantine
   Il cielo si fa nero, la pioggia riprende. Un tempo così è un invito irresistibile a passare del tempo al chiuso alle Cantine di Greve in Chianti, un'enoteca che si basa su un'idea tanto banale quanto vincente. Un'immenso spazio dedicato al vino e all'olio che è vendita e, allo stesso tempo, comunicazione e informazione di un intero territorio. Qui infatti troverete gran parte dei più importanti produttori del Chianti Classico e non solo (ovviamente la selezione è molto orientata al turista in visita quindi molti nomi famosi e pochi piccoli produttori), i cui vini sono quasi tutti disponibili all'interno di dispenser Enomatic, per una sorta di self service davvero godibile. Qui abbiamo l'occasione di provare il Chianti 2009 e la Riserva Torre a Destra 2006 del Castello della Paneretta, due gioielli. E, totalmente fuori zona, un magnifico Bukkuram Sole d'Agosto 2011 di Marco De Bartoli.

L'interno con i dispenser
   Un'idea così sarebbe da applicare ad ogni area del vino italiana. Appena torniamo la proporrò a qualche produttore dei Castelli! L'Enoteca dei Castelli Romani non suona male vero? Ma ho l'impressione che da noi sarebbe ipotesi valida solo nei miei sogni. In questo angolo di Toscana siamo ad altri livelli di ospitalità e comunicazione del territorio.
Il turista stesso si muove silenziosamente, lentamente, rispettosamente, quasi a non voler inquinare ciò che lo circonda in questo singolare angolo d'Italia.

Parte Prima
Parte Terza

martedì 28 maggio 2013

Nel cuore del Chianti Classico ... parte prima

   Esistono luoghi destinati a rimanere nella memoria (e nel cuore) a lungo. Luoghi che, nonostante siano ormai stati "scoperti" da un esercito di turisti ed appassionati di enogastronomia, mantengono inalterato il proprio primitivo fascino contadino. Luoghi che possono essere goduti in ogni stagione, in ogni condizione.
Entrati in questo spazio felice ci si può ritrovare a guidare con innaturale lentezza, attenti più al paesaggio circostante che alla strada, e ad osservare il continuo alternarsi di valli e colline, di boschi e vigneti, oliveti e querceti, castagni e campi seminati. Ordine selvaggio. Perfette colonne di pali a sorreggere migliaia di piante di Sangiovese e, poco più in là, aree dimenticate in cui trovare cinghiali e caprioli in libertà.
   Questo e molto altro è l'area a cavallo tra le province di Siena e Firenze che noi eno-fanatici conosciamo più semplicemente come Chianti Classico. Visita da tempo in programma, s'è finalmente realizzata in una tre giorni di un Maggio mai così piovoso e freddo, un ricordo d'inverno più che un preavviso d'estate.  
   Diciamo innanzitutto (ma sarà ormai chiaro) che ogni commento positivo ascoltato in passato riguardo questa zona è stato più e più volte superato dalle nostre impressioni sul campo. Raramente capita di sentirsi orgogliosi del proprio paese (molto raramente di recente) eppure questa è una di quelle volte. Qui sono stati capaci di salvaguardare (pur con i compromessi del caso) tanto l'ambiente quanto la cultura dell'uomo, tanto la vita del turista quanto quella dell'indigeno. Qui il cibo ed il vino hanno pochi eguali ma non è necessario essere ricchi per goderne. L'ospitalità è cordiale e variegata, gli spostamenti agevoli ed il territorio viene comunicato con esemplare efficacia. Qui non si ha la solita impressione di una sprecata potenzialità. Qui sarebbe bello tornare.

   Se poi a percorrere l'asfalto che unisce Radda, Greve, Volpaia e Panzano sono due appassionati di vino, il continuo apparire di cartelli indicanti celebri cantine sarà spettacolo arduo da sopportare. La tentazione di entrare ovunque è grande. Ma i tranquilli paesini, gli educati turisti, il cibo di zona, l'olio, i sentieri nei boschi, il semplice rimanere fermi sulla cima di una collina a fissare il verde sottostante, sono attività inevitabili che tolgono tempo (e per fortuna!) al nostro scorrazzare per cantine. Capito l'andazzo, ci limitiamo a pochi simboli vinicoli di quest'area, roccaforti di una tradizione vecchia e consolidata, piccole realtà come nostro solito, cantine striminzite, poche bottiglie di un liquido unico e irripetibile altrove.

Campo di iris a Lamole
   Percorrendo il "classico" paesaggio chiantigiano appena fuori Greve, si sale fino ad un lungo tratto di strada costeggiato da cipressi, un viale che è la porta di entrata a Lamole. Siamo al limite massimo per quanto riguarda l'altitudine. Qui i vigneti sorpassano i 600 metri, sono spesso situati in zone scoscese, a volte terrazzati come in uno scorcio di Cinque Terre o Valtellina. Intorno il profumo degli iris quasi copre quello che arriva dalle cantine e, anzi, penetra nei vini di questa zona che sono tra i più soavi ed aromatici, tra i più delicati ed intensi.
   Entriamo in un piccolo borgo e conosciamo Paolo Coccia e sua figlia Serena (e Tina la tenerona). Siamo a Podere Castellinuzza. Parlare della gentilezza, della generosità e del senso di comunione che queste due splendide persone sono state capaci di trasmettere è voler essere banali.
Scorcio del vigneto visto dal borgo
Allora, per rendergli davvero giustizia, spenderemo qualche parolina su questa piccola azienda familiare nata negli anni 60 per volere di Gino Coccia e proseguita da due dei suoi figli che hanno dato vita a Podere Castellinuzza e Castellinuzza e Piuca (questi ultimi sono praticamente vicini di casa). I vigneti sono in una posizione splendida, di rara bellezza (non rovinata dalla brutta giornata!). Qui domina incontrastato, quasi!, il Sangiovese. E' un regno felice e raffinato in cui questo vitigno è libero di testimoniare l'unicità del terroir. Si vendemmia tardi, non si usa nulla di chimico, per la gran parte il lavoro in cantina è fatto di poche azioni atte a lasciare inalterato ciò che arriva dalla vigna (curata con perizia dal signor Paolo).
L'assaggio dei vini è illuminante. Per l'ennesima volta ci appare chiaro che solo il perfetto connubio di territorio, micro clima, vitigno e paziente lavoro umano può dar vita a vini realmente indimenticabili, capaci di imprimersi nella memoria del degustatore tecnico quanto in quella del semplice bevitore occasionale.

Serena, Simona e il signor Paolo
   Il loro Igt base è praticamente un Chianti alla vecchia maniera, con piccole percentuali di uve bianche. Alcool contenuto, gran bevibilità, succoso e vitale, perfetto vino quotidiano facilmente abbinabile e dal prezzo contenuto. Il Chianti Classico (sia nella versione 2010 che, soprattutto!, nell'annata 2009) è un piccolo capolavoro lamolese. Profumi strepitosi, elegante, bevibile, grintoso ma leggiadro, di sicura longevità. Si mostra con finta semplicità per poi tenere il palato occupato all'infinito. Il nostro primo colpo di fulmine. Il Chianti Riserva 2009, l'unico a fare legno (per gli altri solo cemento), per ora sembra non avere la finezza dei due precedenti ma, pensiamo, ne possiede per intero la potenzialità. Ha solo bisogno di tempo. Gliene concederemo, sicuri di ritrovarlo tra un paio d'anni in magnifica forma. Altri assaggi da vasca fanno ben sperare per le prossime annate. Finiamo in bellezza con un Vin Santo 2009 (fuori da disciplinare) classico, semplice e di rara piacevolezza, perfetto compagno di un dopo cena tra amici.
   I singoli prodotti (olio compreso) li degusteremo con calma a casa, con quanta più obiettività possibile. Ma ora ci teniamo il nostro romanticismo, il ricordo delle nostre mani che stringono quelle del signor Paolo (mani che conoscono il lavoro nei campi e non lo nascondono), il ricordo dei suoi occhi sinceri, del sorriso entusiasta e un po' timido di sua figlia, delle nostre espressioni di inebetita gioia e del lago di vino rosso che abbiamo creato in cantina (scusate!). A presto, speriamo!

  
Le terrazze de I Fabbri
   Poco più in là lo spettacolo delle vigne terrazzate de I Fabbri. Un luogo d'incanto da ammirare in silenzio. Anche solo fare qualche foto varrebbe il viaggio da Roma. Purtroppo, unico neo di queste giornate, non siamo riusciti a metterci in contatto con l'azienda per una visita. Non demorderemo, siamo dei mastini molto poco arrendevoli quando si parla di vino.
  
Il gran tagliere della Macelleria Falorni
 



   Per compensare la perdita, un precena alla celebre Macelleria Falorni di Greve non possiamo evitarcela.
Ottimi salumi ed un Chianti 2009 di Badia a Coltibuono davvero ... buono!

Domani è un altro giorno...


Parte Seconda
Parte Terza

martedì 21 maggio 2013

Degustazione: Gocce Castiglionero 2009-Tre Botti

Gocce Castiglionero 2009
Tre Botti
Vitigni: Violone
Lazio
14%
Maggio 2013
Prezzo: 18-23 euro



   Da qualche tempo a questa parte sentiamo di avere una maggiore sintonia coi vini più semplici. Spesso preferiamo i prodotti base rispetto alle selezioni. Questo non per una differenza nella materia prima di partenza ma, molto spesso, per una maggiore naturalezza espressiva. Con le dovute (e per fortuna numerose) eccezioni, le riserve e i vini di punta in generale, risultano a volte sommersi dalla lavorazione in cantina, perdendo inevitabilmente il loro carattere originario a favore di più concentrazione, minor bevibilità, minor caratterizzazione territoriale, più estratto, ecc...
 
   Dopo aver goduto degli ottimi vini di Tre Botti, dal gustoso Bludom (Aleatico passito) al piacevolissimo Orvieto Incanthus, dal sincero Tusco al buonissimo Castiglionero, equilibrati, bevibili, territoriali, di facile abbinabilità e dall'ottimo rapporto qualità/prezzo, siamo rimasti un po' delusi dal Gocce Castiglionero 2009, selezione/riserva di Violone (alias Montepulciano). Delusione dovuta non tanto alle caratteristiche tecniche del vino (invero non molto convincenti anch'esse) quanto ad una virata di stile marcata. Abbiamo infatti trovato più concentrazione e minor piacevolezza, più alcool e meno eleganza, più struttura e meno bevibilità. Ci permettiamo queste considerazioni proprio perchè conosciamo ed apprezziamo molto la produzione aziendale ed anche perchè si tratta della prima annata in commercio. Forse qualche incertezza nell'uso del legno (dovrebbe essere l'unico vino a farne), forse uve ancora non pronte per un salto di categoria o forse altro che noi non possiamo sapere, anche perchè il Castiglionero base della stessa annata ci era invece piaciuto molto.

  
   Fredde note tecniche. Rubino concentrato ma non impenetrabile. Olfatto buono di amarena e visciole appena sotto spirito, fiori rossi, un po' alcolico, molto evidente la parte vegetale (molto cabernettiana e poco balsamica) e la mineralità scura. Cede invece un poco in bocca dove lo troviamo con tannini non molto piacevoli, amaricanti, ed una componente alcolica ben presente. Sapido. Discreta persistenza ma il palato non chiede molto altro vino in virtù di un finale non pulitissimo che non fa della piacevolezza il suo punto forte.
In termini Ais (tanto tempo che non vi ricorro) sarebbero 81 punti. Rosso discreto e nulla più, molto meglio gli altri, più buoni, più semplici, più economici. Attendiamo le prossime uscite sicuri di forti migliorie.
Appunto di merito all'estetica della bottiglia. Capsula in cera, etichetta frontale sostituita da un bel fazzoletto col logo aziendale. Molto carina.


Note di degustazione in collaborazione con Simona Venditti.

Altre degustazioni per questa azienda:
Orvieto Incanthus 2011
Castiglionero 2009
Bludom 2010

lunedì 29 aprile 2013

Degustazione: Taurasi Radici Riserva 2005-Mastroberardino

Taurasi Radici Riserva 2005
Mastroberardino
Vitigni: Aglianico
Campania
13,5%
Aprile 2013
Prezzo: 24-27 euro



   Un grande classico del vino italiano. Ecco cos'è il Taurasi Radici Riserva di Mastroberardino. Un vino che è passato e presente insieme. Classico nel suo confermarsi sempre ad alto livello, classico nel suo stile elegante, nella sua rispondenza territoriale e varietale, nell'estetica retrò, nella sua capacità di imprimersi nella mente e nel palato del degustatore con l'autorità dei grandi. Classico, infine, nel suo rimanere coi piedi ben piantati in terra, senza inseguire il culto dell'etichetta da 100 euro, garantendo a noi poveri appassionati la possibilità di goderne senza impegnare l'affitto.

   Proviene dai vigneti di Montemarano a circa 400 metri di altitudine. Matura per circa 30 mesi in barrique e botti grandi di Slavonia per poi affinare a lungo in bottiglia.
Classico anche nel colore, un rubino virante al granato consistente ma non eccessivo. Molto espressivo, olfatto di gran finezza. Si percepiscono note di liquirizia, terra, muschio, mora, spezie dolci, pout pourri di fiori, grafite, pelliccia, sottobosco, funghi, cenere. Poi si apre (e si rinfresca) all'eucalipto e al succo di ribes. Una lista forse tediosa ma inevitabile per un rosso complesso, affascinante, importante che si lascia studiare e sorprende con l'azione dell'ossigeno.
Austero, ricco, liquido di pulizia ed eleganza esemplari, perfettamente calibrato, mai gridato, che anzi gioca sui sussurri e sull'equilibrio. Sorso dinamico, grintoso, ancora duro e di sicuro avvenire, con un tannino maturo ma indomito. Sorta di archetipo del Taurasi, in cui convergono caratteristiche territoriali, potenza e irruenza aglianichesca, magnifica manifattura, gran potenziale evolutivo, austerità nebbiolesca. Finale molto molto lungo che sà di liquirizia, terra, mora e fiori rossi. Da provare su carni importanti, speziate. O con qualsiasi cosa vi venga in mente. E' un vino che sa essere protagonista con qualunque pietanza ma che sa anche farsi da parte. Quasi commovente il rapporto qualità/prezzo, proprio per questo sarebbe saggio tenerne da parte un paio di bottiglie.

Note di degustazione in collaborazione con Simona Venditti.

venerdì 26 aprile 2013

Degustazione: Fiano di Avellino 2011-Pietracupa

Fiano di Avellino 2011
Pietracupa
Vitigni: Fiano
Campania
13%
Aprile 2013
Prezzo: 13-16 euro

Sottofondo: King Crimson-Thrak


   Difficile trovare in Italia (nel mondo?) un'area vinicola così ricca di gioielli, in bianco e in rosso, come l'Irpinia. Arduo poi trovarne una in cui sia possibile bere a così alti livelli spendendo cifre comprese tra i 15 e i 30 euro (in enoteca!). Dunque è sempre con gioia che torniamo a bere bottiglie di quei luoghi, vini territoriali come pochi altri, longevi, taglienti, nordici, irruenti pur mostrandosi, nei casi migliori, eleganti e perfino austeri.
   Queste considerazioni si amplificano di mille volte avendo a che fare con Pietracupa, l'azienda di Sabino Loffredo, sita in Montefredane. Fiano e Greco sempre ai vertici (da poco anche in campo il Taurasi), prezzi spaventosamente onesti e una lettura sincera del terroir di Montefredane, da cui provengono bianchi verticali, salati, inconfodibilmente minerali.

   Abbiamo provato questa volta il Fiano di Avellino 2011. Particolare già al colore, un paglierino con riflessi verdolini insolito in un bianco da un'annata siccitosa come la 2011.

Olfatto di estrama eleganza giocato principalmente su fragranza e rimandi minerali di gesso e roccia con note affumicate. Poi agrumi, susina, nocciola, timo, salvia, fiori bianchi.
Bocca che non manca di morbidezza ma felicemente fresca (ricordiamo una 2010 tagliente come un rasoio), sapida, succosa, importante. Componente affumicata/amarognola tipica. Verticale e solare insieme. Chiude su note agrumate e minerali per una lunga sensazione salata, molto buona, mai stancante. Si beve che è un piacere ed una bottiglia la si finisce con tranquillità in due. Su un fritto misto di pesce o su pasta o riso con pesci a forte tendenza dolce.
Da lasciare serenamente in cantina per riaprirla tra 4 o 5 anni.

Note di degustazione in collaborazione con Simona Venditti.

mercoledì 17 aprile 2013

Degustazione: Valtellina Sup. Grumello Rocca de Piro Riserva 2006-Ar.Pe.Pe.

Valtellina Sup. Grumello Rocca de Piro Riserva 2006
Ar.Pe.Pe.
Vitigni: Nebbiolo
Lombardia
13%
Aprile 2013
Prezzo: 15-18 euro



   Un'enotecaro romano mi ha recentemente fatto comprendere l'importanza, all'interno di una gamma di prodotti aziendali, dei vini non top. In effetti ci si concentra troppo spesso sulle riserve (o simili), sia nella comunicazione che da parte del consumatore, riducendo l'intera azienda ad una o due etichette di grido, portatrici naturali di premi ed elogi. Col passare del tempo, e, perchè no?, anche coll'avanzare della crisi, tendiamo sempre più ad avvicinarci ad ogni cantina a partire dai vini base o, nel caso specifico, intermedi. Per vari motivi. Perchè sempre meglio iniziare con meno soldi, perchè sovente più facilmente bevibili ed abbinabili, perchè sono l'ideale trampolino di lancio per passare a qualcosa di più impegnativo ma rimangono comunque sufficienti per comprendere stile aziendale e rispondenza territoriale.
   Così, dopo aver goduto per qualche annetto "solo" di magnifici Rocce Rosse e Vigna Regina, ci voltiamo e torniamo indietro lungo la produzione esclusivamente nebbiolista di Ar.Pe.Pe. e assaggiamo uno dei loro vini intermedi, il Valtellina Grumello Rocca de Piro Riserva 2006. Parliamo di Ar.Pe.Pe., quindi la normalità va a farsi benedire ed un vino medio passa 2 anni in botte grande e 2 in bottiglia uscendo sul mercato dopo 4-5 anni dalla vendemmia.

   Lo stappiamo quando può vantare quasi 7 anni di vita, momento forse perfetto pur lasciandogli ancora margini di miglioramento. Si presenta col suo inconfondibile granato con sfumature aranciate, trasparente e luminoso. Affascinante. Olfatto quasi didattico da Nebbiolo di montagna, fresco ed autunnale. Profuma di arancia rossa e ciliegia, humus e funghi, viola, salamoia, sottobosco, cipria, cuoio, smalto, menta, tufo. Dalle mie parti si direbbe che si beve a garganella! Esplode infatti in freschezza e sapidità e vi si resiste difficilmente. Rosso gustoso, saporito, dal tannino fine e vivo e di buona persistenza fruttata e terrosa. Bevuta davvero ottima, lontana dall'eccellenza estrema dei vini più blasonati ma che rappresenta, ad un prezzo più contenuto (tutti i vini in realtà brillano per rapporto qualità/prezzo), un buonissimo sorso di Valtellina, classico, territoriale, corretto, unico. Capacità di abbinamento come sempre molto vasta!

Note di degustazione in collaborazione con Simona Venditti.

Altre degustazioni pr questa azienda:
Valtellina Sup. Sassella Rocce Rosse 1997
Valtellina Sup. Sassella Rocce Rosse 2001

venerdì 5 aprile 2013

Degustazione: Cirò Rosso Classico Sup. Riserva 2008-'A Vita

Cirò Rosso Classico Sup. Riserva 2008
'A Vita
Vitigni: Gaglioppo
Calabria
14,5%
Marzo 2013
Prezzo: 15-20 euro

Sottofondo: Dixie Dregs-Odissey


   Nei tanti buoni assaggi di Vini di Vignaioli, i rossi di Francesco e Laura De Franco brillavano di una luce diversa. Abituati a versioni del Gaglioppo molto più concentrate o accomodanti, quei liquidi scarichi, nordici, di grande leggerezza eppur così prepotenti nel loro carattere indomito, sono stati un vero colpo di fulmine. Qualche settimana dopo eccoci qui con il loro prodotto di punta, il Cirò Classico Riserva 2008.
   Azienda giovane, con un'estensione vitata di circa 8 ettari distribuiti in quattro parcelle condotte senza nessun prodotto di sintesi, solo rame, zolfo ed altri agenti naturali. Una parcella con vigne di circa 40 anni, le restanti più giovani, con impianti del 2003. Si coltivano unicamente Gaglioppo e Greco Bianco. Biodiversità, responsabilità e tradizione sono termini che Francesco e Laura sembrano fare propri per convinzione culturale più ancora che come viatici per creare semplicemente buoni prodotti. Il vino in questo caso è solo un pezzo del puzzle, di uno stile di vita.

   Il vino di oggi proviene dai vigneti Sant'Anastasia e Mazzunetto (il più vecchio). Circa due settimane di macerazione, poi maturazione metà in botte grande, metà in acciaio.

  
   Liquido magnifico, cangiante, rubino con sfumature granato/aranciate, trasparente. Ondeggia nel bicchiere leggiadro e grasso allo stesso tempo. Olfatto davvero unico, di ribes e arancia rossa, terra bagnata e muschio invernale, sottobosco, rosa. Poi sentori fungini, fondo d'arrosto, genziana, radice di liquirizia, ruta. Freschissimo e autunnale insieme. Sapido, fresco come un gran rosso nordico. Alcool e tannino esuberanti. Gustoso, pulito, gran pulizia esecutiva ed un finale lungo e appagante di frutta, sensazioni animali ed erbe da amaro. Si beve con una facilità disarmante, incantati da questo liquido verace e nobile. Gioia!
A 16 gradi, per il giusto equilibrio tra acidità e alcool, facilissimo da abbinare con quasi ogni piatto di carne vi venga in mente (maiale e pecora su tutti). Da azzardare su preparazioni di pesce in stile cacciucco (brodetti, umidi e via dicendo).
Gran vino.

Note di degustazione in collaborazione con Simona Venditti.